L’italiano parlato oggi, lo sappiamo, è infarcito di termini inglesi. Imposti nel linguaggio dalla supremazia statunitense in ambito informatico, nel business e persino in campo scientifico, ormai molti vocaboli anglosassoni sono diventati di uso comune anche nel semplice parlato quotidiano.

Caratteristica di ogni lingua viva è naturalmente la sua capacità di trasformarsi ed evolversi, adattandosi alle necessità d’uso. La contaminazione tra lingue non è certo un fenomeno nuovo: da sempre attraverso il prestito linguistico si colmano le mancanze espressive in determinati ambiti, accogliendo i vocaboli della cultura dominante in quel contesto. Come le altre lingue del mondo in passato hanno incorporato le parole italiane legate ad esempio alla storia dell’arte, alla musica classica e all’architettura (bravo, chiaroscuro, adagio, villa…), così l’italiano ha ereditato tutta la terminologia inglese relativa in particolare al business (da quando il modello americano si è imposto in tutto il mondo), all’informatica e ai media.

L’uso dei termini inglesi consente spesso una maggiore sinteticità ed efficienza rispetto all’espressione equivalente in italiano. Business Development Manager, ad esempio, rende in modo più agile l’idea della posizione ricoperta rispetto a “gestore dello sviluppo degli affari” – oltre al fatto che, in un mondo di realtà multinazionali, è essenziale farsi capire da colleghi o clienti stranieri.

Ci sono poi parole anglosassoni che esprimono sinteticamente concetti complessi, difficili da rendere in italiano se non con un giro di parole. Uno di questi termini, che a me piace molto, è insight: derivato dalla psicologia, indica “la percezione netta e immediata di fatti esterni o interni, […] l’intuizione e la consapevolezza dei propri sentimenti, delle proprie emozioni e dei moventi del proprio comportamento” . Un fenomeno psicologico che richiederebbe nella nostra lingua una definizione estremamente articolata.

Non sempre però la maggior brevità è una giustificazione per l’uso di termini inglesi. Misunderstanding non è certo un vocabolo più conciso di equivoco, weekend non è poi tanto più corto di fine settimana, e dire meeting anziché riunione non fa risparmiare tempo né fiato.

È chiaro che si tratta anche di una questione di status: inserire parole straniere in una conversazione dà un’idea di superiorità sociale e culturale. Come sostiene il prof. Antonio Zoppetti, “ci piace il suono inglese, lo percepiamo più evocativo, più preciso, più moderno. In altre parole abbiamo un complesso di inferiorità verso l’angloamericano.”

Usare vocaboli in inglese è talmente cool – appunto – che a volte ce li inventiamo. Sono infatti ormai di uso comune molti pseudoanglicismi, ovvero parole che nessun londinese o newyorchese ha mai usato con lo stesso significato che hanno in italiano, ma che noi siamo convinti siano termini anglosassoni. Ne sono un esempio beauty-case, autostop, block notes, slip, smoking. Tutte parole “inglesi” che, come le usiamo noi, esistono solo in italiano.

Un altro fenomeno di metamorfosi linguistica ormai ampiamente diffuso consiste nella declinazione di verbi inglesi secondo le regole grammaticali italiane. Si creano così assurdi ibridi lessicali che chiunque abbia figli adolescenti (i millennial) conosce bene: taggare, linkare, bannare, skippare, spoilerare, spammare, shippare… Sono tutti termini che hanno attinenza con il mondo del web e dei media, a cui fanno stretto riferimento, tanto che il significato originario del verbo stesso viene limitato e circoscritto a questo unico ambito. Ad esempio skip in inglese significa saltare o fare saltelli piccoli e ravvicinati, e si può usare anche per saltare alla corda; ma in italiano il suo derivato skippare si riferisce esclusivamente all’azione di scorrere velocemente parti di film o di brani musicali, o di saltare gli annunci pubblicitari prima dell’inizio di un video.

Lo stesso accade nel mondo dei videogiochi, i cui cultori – i gamer – parlano una lingua incomprensibile ai non iniziati, fatta di jumpare, laggare, nerdare, skillare e simili. Ma il verbo più interessante che ho sentito in questo contesto è tryhardare, che si legge “traiardare”: vuole dire provarci sul serio, lavorare duro per conseguire l’obiettivo. Quello insomma che vorremmo veder fare ai nostri figli quando si tratta di studiare.

L’anglicizzazione della nostra lingua, quindi, sembra essere un processo inevitabile, soprattutto in determinati ambiti, e probabilmente irreversibile. In fondo riflette l’influenza di matrice americana sul nostro stile di vita e sulle modalità di comunicazione. Senza voler essere puristi o anacronistici, è necessario però tenere a mente che l’italiano possiede una varietà espressiva notevole, e una sua musicale bellezza che molte culture ci invidiano. Quindi, va bene il costante update linguistico, ma non abusiamo delle parole inglesi: facciamo in modo che questo nuovo lessico si limiti ad aggiungersi al sostrato esistente della nostra bellissima lingua. Senza mai sostituirlo del tutto.

Adriana Gambacorta per lessicoitaliano.it

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